Le rose allineate con grazia, le ricche fronde della palma da datteri, il prezioso albero d’arance, il piccolo melograno, la verde frescura, l’ombra riposante: nei ricordi di Ibrahim Nadir il giardino della casa di Baghdad dov’è cresciuto era un vero e proprio Eden. Ma la capitale irachena dei giorni nostri, quella che Leilah, figlia di Ibrahim, racconta in queste pagine, non somiglia in nulla a questa immagine. I mercenari della Blackwater che sparano sui civili, le autobombe, i posti di blocco, lo sciacallaggio delle case abbandonate è tutto quello che può venire in mente.
Di padre iracheno cristiano e di madre britannica, cresciuta tra l’Inghilterra e il Canada, Leilah Nadir in realtà non ha mai messo piede in Iraq. Ibrahim stesso l’ha lasciato appena sedicenne, negli anni Sessanta, per non farvi mai più ritorno: ha studiato all’estero, sposato una donna inglese, si è trasferito in Nordamerica.
Quando nel 2003 gli Stati Uniti cominciano la loro «democratizzazione» a colpi di bombe, Leilah capisce che la sua terra d’origine presto sarà irriconoscibile, ancora una volta straziata dalla guerra. Comincia così una corsa contro il tempo: messaggi e-mail, telefonate, una visita in Libano, una a Londra, le notizie e le immagini riportate dall’amica fotoreporter iracheno-canadese Farah Nosh. Leilah deve conoscere quella parte di famiglia la cui esistenza potrebbe essere annientata da un momento all’altro. Deve scrivere la loro storia. E attraverso il destino dei suoi parenti trova voce la disperazione dei civili iracheni, che possono perdere gambe e braccia perché un’auto davanti a loro al checkpoint salta in aria ma non possono curarsi perché non esistono più infrastrutture; possono morire per mano di un soldato americano dal grilletto facile ma non essere accolti dalle nazioni che li hanno «liberati» perché cittadini di un paese «democratico», non più rifugiati politici. Una disperazione che i media occidentali non ci fanno conoscere.
Il viaggio di Leilah alla ricerca di se stessa e delle proprie origini si chiude però con una nota di speranza: un domani forse potrà andare a Baghdad. E chi è rimasto l’accoglierà nel giardino della casa di famiglia dicendo: «Sapevamo che saresti tornata».
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